Il paradiso degli animali di David James Poissant

Il mondo del racconto è impietoso: non puoi permetterti troppi errori, devi condensare ogni gesto, ogni descrizione, ogni dialogo, fare in modo che ogni parola sia essenziale. Il lettore non ha tempo di adattarsi alla storia, alla trama; ci si trova nel mezzo, girando pagina. Deve immergersi all’inizio di ogni racconto e riemergere alla fine, di continuo, fino alla fine del libro. David James Poissant, in questo senso, è  un istruttore perfetto, una guida sapiente e silenziosa, che riesce a farti superare la paura della profondità con un semplice invito: lascia la presa e buttati, leggi.

All’inizio è come seguire una corrente placida, ti lasci trasportare, galleggiando su un fiume che assomiglia a uno di quei serpenti verdi che si snodano nei territori infiniti degli States. Mentre l’acqua ti porta ad attraversare il paesaggio, ne assorbi le storie. Ti senti protetto dai volti rassicuranti di personaggi che sono come la gente che ti circonda, né più né meno. Il 99% degli Stati Uniti d’America (e del mondo) è composto dalla vastità quasi insopportabile della vita banale, dell’arrancare per la sopravvivenza. Te ne accorgi quando ti ritrovi a vagare in auto per tutti quegli Stati di cui tendiamo a dimenticarci, quando pensiamo al Nord America.  Vieni avvolto dal torpore del limite di velocità, la strada scorre sotto le ruote, sempre uguale; conti i diner, i fast food, le pompe di benzina, le case isolate con i fienili poco distanti, poi ancora i fast food. In fondo non è poi così diverso che attraversare una statale nel Nord Italia o un’autostrada nel cuore dell’Europa. Ci siamo dentro tutti, l’unione fa la forza. Nuotare non è mai stato così facile.

All’improvviso, un dettaglio maestoso del paesaggio ti risveglia: un fiume, un ponte che si getta sulla riva opposta, una nuvola, il passaggio di un cervo, un volatile che plana al centro della strada, su una carcassa. Nei luoghi di Poissant la natura è così, vicina e nitida come in un documentario della National Geographic ma allo stesso tempo misteriosa, impenetrabile, angosciante come nei racconti dei marinai, quando si credeva che la terra fosse piatta. La natura è la banalità che trasforma in visione, in rivelazione improvvisa per l’uomo contemporaneo, distrutto dal verme della tecnologia, del tempo che corre, dalle sale d’aspetto degli ospedali, dai sogni che si infrangono sul pavimento;  è qualcosa che conosciamo bene ma che abbiamo perduto, un ricordo che pensiamo di poterci lasciare alle spalle, ma è un’illusione che non dura molto.

Perciò, mentre l’occhio scorre sulle pagine, divora righe e righe, ad un certo punto incontra la resistenza dell’abisso. C’è qualcosa che ti fa fermare sulla soglia del racconto, ti fa titubare; una sottile sensazione di pericolo, dove l’acqua è troppo alta, dove non si tocca più e ci sono troppi metri che separano il tuo corpo che galleggia e i pesci là sotto. Osservi e ti senti osservato, fino a che non decidi di immergerti. Ed è in quei due o tre secondi che passano tra la percezione nitida della luce del sole sulla pelle e la sensazione di freddo  mentre il corpo scivola sott’acqua, è in questo brevissimo lasso di tempo che sta la forza della scrittura di Poissant.

Il paradiso degli animali, David James Poissant, traduzione di Gioia Guerzoni – NN Editore, pp. 304, € 17,00

Sull’autore:

 

 

MEMORIE DI UN CANE GIALLO e altri racconti, O. HENRY

L’uomo era stato categorico: “Deve essere un romanzo”. Aveva schiacciato la sigaretta nel posacenere con una tale decisione che non poteva proprio sgarrare questa volta. Anche perché sarebbe stata l’ultima. L’ultima occasione. Un carattere in più oltre il limite e per lei sarebbe finito tutto.

Pensò a come avrebbe potuto impostare la storia. Da che parte poteva cominciare? Dove sarebbe andata a finire? Cosa inserire per primo nella narrazione, l’arresto oppure la nascita? Forse era meglio procedere in ordine cronologico come faceva a scuola. Gli eventi allineati sulla retta via del tempo, in avanti, in avanti.

Eppure la sua mente aveva quell’andatura a granchio, e così la sua scrittura. Mano a mano che proseguiva nell’allineare eventi sul suo taccuino, per scegliere quello adatto da cui cominciare, si trovava sempre più indecisa. Quale figura avrebbe avuto il ruolo preponderante nel capitolo sull’infanzia? La nonna… No, un momento, e la bambinaia texana? E l’assaltatore di treni? Il messicano avrebbe avuto una parte minore, questo era sicuro. Una breve apparizione nell’angolo in basso a destra. Sfocata.

Arrivò alla fine del quaderno e l’ultima frase dovette scriverla all’interno della copertina rigida, sul cartone. Dormì male quella notte, era come se la penna continuasse a scriverle sotto le palpebre. Le ci vollero quattro caffè per svegliarsi ma nemmeno così riuscì a produrre due righe. Lo schermo bianco del computer la abbacinava, occhieggiando.

Provo con una doccia fredda ma un’amica la chiamò al telefono e la tenne incollata alle chiacchiere per un’ora abbondante. pranzò. Si svestì per il sonnellino pomeridiano; non prendeva sonno. Si rivestì. Schiacciò una zanzara insolente che voleva pungerla sulla spalla. Uscì per un caffè, camminò avanti e indietro sul ponte, ascoltando passare il fiume. Arrivò la sera e uscì a cena.

L’orologio ticchettava e, se avesse potuto, avrebbe ticchettato anche il calendario, per metterle ancora più fretta. L’uomo l’aveva contattata per chiederle a che punto della storia fosse. “Mi raccomando, che sia un romanzo”.

La storia ce l’aveva chiara davanti a sé, ma non riusciva a decidersi. La parte in cui l’uomo se ne andava a vivere con l’amico, dopo aver riscosso la liquidazione, con il solo scopo di rilassarsi, e invece finisce per innamorarsi di una giovane sprovveduta e sposarla-  o meglio, così credeva l’amico, che poi dovette ammettere di essersi sbagliato, l’uomo l’avrebbe sposata, sì, avrebbe officiato la cerimonia, la sacra unione tra lei e quell’altro giovane senza speranze – quella parte l’aveva descritta così bene che le doleva lasciarla lì a metà del libro. Perché a quel punto c’era il rischio che il lettore, che si crede sempre un po’ più furbo (e soprattutto si sente non visto), saltasse un po’ più avanti, corresse un po’ in là per arrivare presto alla fine. “Dettagli”, avrebbe pensato, “dettagli. Vediamo come finisce dopo che il nordista viene condannato a morte e viene salvato da un sudista.” Fu per questo che separò le due storie, cambiò due o tre nomi, le rese distinte, le incollò in due parti diverse del file; il lettore non sarebbe più stato così sicuro se andare avanti o indietro.

Si disse che avrebbe iniziato con il sentiero che parte dall’est e arriva all’ovest, aureo di giorno e argenteo di notte, a portare Bombay nell’Occidente scalcagnato. Lì arrivano i principi e i truffatori trovano pane per i loro denti, ma attenzione… Eppure, anche la storia della dattilografa che scriveva menù e delle bocche di leone intrecciate in una corona di fiori dal suo amore lontano non era male. Avrebbe sicuramente attirato le donne, l’amore è roba da femmine, da sempre. Parola di femmina. Subito dopo avrebbe raccontato la storia del bambino rapito, anzi no, quella dell’uomo che si innamora di una giovane dagli occhi chiari come un lago colmo di trote e quando alla fine scopre che lei ha sorriso a tanti e un “ti amo” non la incanta più, il cuore di lui si fa di pietra, avvezzo alle firme di avvocati e notai, farebbe demolire il vecchio quartiere di mattoni rossi dove lei vive.

Le palpebre le si fecero pesanti ma non volle demordere. “Destra o sinistra, mio caro lettore? Ti confonderò le idee talmente tanto che non saprai più se dar ragione alla linea del tempo, alla pedanteria della professoressa o al tuo intuito. Leggerai il libro in circolo, proprio come il campagnolo che approda a New York per compiere una vendetta; le linee rette e gli angoli acuti del mio romanzo ti daranno il colpo di grazia. Ti lascerò stordito, senza fiato! “. “Non è possibile”, avrebbe detto il lettore, “che nella vita di un uomo possano succedere tutte queste cose; ma poi il protagonista è un uomo o una donna? Non son certo ”

“Pronto?”

“Signorina, il romanzo è pronto?”

“Certo signore, nei prossimi giorni le consegnerò la prima bozza. Non si spaventi, però”

“Spaventarmi? E di cosa? Ha superato le battute previste – spazi inclusi?”

“Diciamo che ho usato un sotterfugio… Per farcelo stare tutto nello spazio da lei assegnatomi ho rotto, si fa per dire, la sua storia in circa 400 pezzi. Ogni pezzo rientra rigorosamente nel limite delle battute previste- spazi inclusi.”

“Mio Dio! E io come farò a rimetterla insieme? Il lettore come farà?”

“Il lettore capirà, poiché nella storia di un uomo non c’è spazio per una sola vita, e io ho voluto raccontarle tutte…”

“Ma lasci perdere le vite, io volevo che lei raccontasse LA vita, la sola e unica che mi appartiene! LA MIA VITA!!”

“Non si arrabbi, la prego…Ho voluto dare spazio a ogni momento, lei è stato così geniale da amplificare gli avvenimenti in una miriade di personaggi così diversi per posizione sociale e geografica, eppure così simili tra loro che mi pareva evidente…”

“Ma quali personaggi! Ma di cosa sta parlando? Lei non avrebbe dovuto pensare, ma ESEGUIRE! Ha combinato un disastro, chissà come farò a venirne a capo ora… Mio Dio!! Mio Dio!!”

“Ci dia un’occhiata… potremmo dargli un ordine cronologico se proprio ci tiene…”

“Stia zitta! Ma come si permette di venirmi a dire come dovrei vedere la mia vita! insolente che non è altro…Lei…lei… è licenziata!”

La cornetta sbatté così violentemente da rovesciare sul pavimento tutte le quattrocento storie impilate sulla scrivania. Nell’atto di chinarsi per rimettere tutto in ordine rimase incantata, indecisa su quale raccogliere per prima.

 

Potessi fermarmi a questo punto. Maledizione! Lo voglio. Ma no: devo andare avanti, fino alla fine. Questa storia non l’ho inventata io: la riferisco soltanto.

da Elsie a New York, contenuta nella raccolta di racconti Memorie di un cane giallo, O. Henry, Adelphi, 2013

 

 

 

Lettere eteronime – Lettera n.13

12 novembre 2016

 

Cara Eleonora,

sono fragile e leggera come le foglie che si lasciano volteggiare nell’aria, eleganti e stoiche nel breve tragitto che le separa dall’asfalto. E’ austero questo autunno. Non lascia spazio alla poesia; le foglie cadono così delicatamente che verrebbe da gioire per loro, verrebbe da ammirarle, se non fossero già morte.

Così anch’io mi lascio spingere dal vento pungente, verso qualcosa che non conosco, per cui nutro un vago sentimento di paura e di speranza – ho paura, delle mie speranze.  L’indefinito è la forza che possediamo per tirare avanti, lo sappiamo entrambe, eppure entrambe ci affliggiamo, costantemente, per la mancanza di solidità. Prendiamo esempio dall’autunno, dalle piante che si lasciano morire.

Diverso è quando gli alberi vengono assassinati, come è successo nei pressi della mia abitazione. Non ho più la vista di due splendidi e profumatissimi cipressi, ora lo sguardo spazia sopra ai giardini pubblici; vedo i bambini andare in altalena, vedo molte più cose, eppure quel verde argenteo – colore per eccellenza dell’oblio – mi manca. Mi manca anche la betulla; avrebbe avuto un manto giallo a quest’ora, che avrebbe perso nel giro di pochi giorni. Ci lasceranno almeno la possibilità di vivere la perdita? O ci toglieranno anche la linfa che arriva dal dolore?

Il rischio di rimanere a nudo è alto; esporsi alle correnti prevede l’incontro con la caduta. Il male maggiore, lo sai, arriverà se quelli, invece di guardarti cadere, si gireranno di spalle, facendo trionfare la loro bieca indifferenza.

Ho avuto finalmente il coraggio di liberarmi del mio vecchio lavoro. Ho spazzato via i castelli di carte della fiducia tradita, avevano raggiunto altezze vertiginose. Ho annegato quasi dieci anni di sopportazione, perché non la sopportavo più.

Ora sono sola con me stessa; le cose che ho acquisito, nel mio continuo applicarmi con tenacia, le ho portate via con me. Sono strumenti, non trofei, e di  questo posso essere orgogliosa. Ma la rabbia che increspa la superficie dei miei pensieri, quella sarà la cosa più ardua da eliminare. Il risentimento è una pellicola sottile, si confonde con ciò a cui aderisce e rimuoverlo sarà impresa ardua.

Spero di vederti presto. Prenderemo un caffè forte in una giornata di sole come questa, così il risveglio non ci sembrerà troppo lontano.

Tua,

 

Cristina

 

Le lettere eteronime sono l’omaggio di una scrittrice mancata di nome Cristina Patregnani a Fernando Pessoa, Antonio Tabucchi e a un genere letterario intero. Ciò che viene narrato in queste lettere è frutto della sua reale esperienza. Ogni lettera viene numerata seguendo l’ordine cronologico di stesura, come testimoniano le date. Non tutte le lettere vengono pubblicate su questo blog, ma tutte le lettere sono la trascrizione – a volte rivista – di un’originale cartaceo, scritto a mano.

al mare

In maggio la Riviera Adriatica era praticamente vuota. Nell’hotel dove alloggiavamo per quella settimana gli ospiti erano pochi; anche se il tempo reggeva, il mare era ancora troppo freddo. Mangiavamo tre volte al giorno nel ristorante dell’albergo; sceglievamo sempre un tavolo a fianco della vetrata, non lontano da una grossa pianta da appartamento, che all’epoca era sicuramente più alta di me. Vicino a noi spesso sedeva una donna. Era molto magra, aveva le spalle fragili e i capelli corti, tinti di rosso, una tonalità più simile all’arancione che al rosso. Indossava abiti particolari, di un taglio mai visto nelle catene di negozi, dalle fantasie spesso estrose. Mio padre mi fece notare che molto probabilmente doveva essere una sarta, o una costumista. Insomma, quelli dovevano proprio essere abiti che si cuciva da sé.

Nel sottopassaggio che collegava la parte più esterna del paese da quella centrale, che dovevamo attraversare per raggiungere il mare, qualcuno aveva dipinto un ritratto in bianco e nero di Edgar Allan Poe. Non sapevo chi fosse ma mi piaceva l’onda dei suoi capelli neri e il suo sguardo mite, pacifico, lo rendeva ai miei occhi una sorta di zio lontano, mai conosciuto ma di cui tutti mi avevano sempre parlato con ammirazione. Solo in prima liceo ebbi il piacere di conoscere veramente quello strano zio dipinto sul muro attraverso ciò che aveva scritto, qualcosa come un secolo prima che nascessi.

Il mare mi faceva sentire a casa. Guardavo la sua superficie piatta, di quel colore sporco che ha il turchese grezzo, tendente al verde, venato di marrone. Conoscevo la natura di quei grossi tubi di cemento che scaricavano liquami in acqua, quando non li vedevo. A volte scambiavo i sacchetti di plastica galleggianti per enormi meduse. La sabbia cuoceva. All’edicola, dove mi perdevo a contemplare l’abbinamento tra l’odore della plastica dei salvagenti e quello della carta stampata di fresco, compravo sempre giornaletti su cui potessi scrivere, oltre che leggere. Pretendevo che il mondo degli adulti mi tenesse in esercizio.

La cosa che più amavo erano le conchiglie. Erano i regali del mare per me.

Insieme alle conchiglie raccoglievo anche vetri levigati. Qualcuno rompeva delle bottiglie sugli scogli, al largo, sui tubi di cemento, o le gettava semplicemente in mare intere e poi quelle si rompevano in chissà quale altro modo. Il mare modellava quei pezzi di vetro gettati via con noncuranza e li trasformava in gemme che io usavo per creare fondi di acquari. Nella mia immaginazione era pieno di acquari. I vetri più comuni erano quelli verdi; se ne potevano trovare anche di bianchi o azzurrini. Quelli veramente rari erano i vetri blu.

Le prime ore del pomeriggio, dopo mangiato, quando faceva troppo caldo per andare in spiaggia anche se già sentivo la nostalgia del mare e aspiravo avidamente l’odore della salsedine sulla pelle, rimanevo in casa a leggere. Sdraiata sul letto di una camera affittata, che non era mia e che a me sarebbe tanto piaciuto possedere. Anche le letture avevano un sapore diverso, al mare.

 

 

 

Gli esordi di Antonio Moresco

La scrittura è un fatto personale, individuale, egocentrico, paranoico e ossessivo. Ecco quello che ho maturato in questi ultimi sei mesi. A volte vorrei scrollarmela di dosso con la stessa soddisfazione con cui passo uno straccio su una mensola impolverata. Vorrei riportare alla luce le prove materiali, sensibili e tangibili dell’esistenza terrena, senza badare alla terribile velleità della passione.

Cosa è per te srivere, ipotetico lettore? Cosa provi quando scrivi? Cosa scrivi? Lettere, diari, cartoline, post-it? Aforismi? Pensieri? Storie? Narri veramente qualcosa a qualcuno o ti servi di un lettore immaginario conscio della sua funzione terapeutica? Scrivi in rete? Se sì, cosa scrivi? E perché pensi possa valere la pena rendere pubblico ciò che scrivi, anche se in pochi lo leggeranno? E se nessuno lo leggerà, come la prenderai?

Infine, quali sono le ambizioni per il tuo futuro in quanto essere scrivente? Vorresti pubblicare un libro? Sogni di essere “scoperto”, di far impazzire un editor alla ricerca del post- postmoderno, dimostrando che esiste ancora qualcuno che sappia scrivere o che sappia come dire quello che ha da dire, senza ricalcare modelli già letti, o scimmiottare (più o meno inconsciamente) idoli preesistenti e condivisi?

A me, la scrittura mi angoscia. Ogni tanto mi maledico per aver scelto questo tarlo e non un altro, come passatempo e sfogo e canale di realizzazione. Arrivo da tre mesi di silenzio per quanto riguarda il mio “diario di letture” e diciamo che Gli esordi di Moresco non hanno certo contribuito a dissipare la mia inquietudine, a buttar luce sul mio destino. Per quanto io possa riempire quaderni di appunti, bozze di lettere spedite a nessuno, scorci di realtà tetramente provinciale che contengano un lirismo disarmante, realizzo riga dopo riga che forse ciò per cui mi batto quotidianamente (ossia l’esistenza di un mio pensiero scritto) forse ha ben poco motivo di esistere se non per me, all’interno del mio universo immaginario che si compone e si scompone in continuazione come la luce che accompagna le pagine di Moresco.

Le parole che scrivo sembrano i suoi giochi di eternità, i suoi tentativi di antropomorfizzare la materia e dissolvere la realtà in un acquarello surrealista. Ho pensato a lungo a come poter proseguire questo blog, una volta iniziata la lettura di Moresco, ma davanti alla sua scrittura mi sento paralizzata come una lepre davanti ai fanali di un’auto (e non riesco più a liberarmi della luce, senza dubbio si tratta di un libro eretico, demoniaco).

Se avessi avuto la passione per la musica, per esempio, o per la danza, molto probabilmente avrei dovuto seguire sin da bambina lunghi e noiosi corsi di preparazione con un istruttore, un maestro, una figura adulta esperta in materia che mi avrebbe guidato attraverso le traversie tecniche, fino a quando avrei intravisto la famosa luce alla fine del tunnel (rieccola) e sarei arrivata  a uscirne con le mie gambe, decidendo del mio futuro, godendo delle mie eventuali esibizioni in pubblico (che mia vrebbe riconosciuto in quanto ballerina o, poniamo, cantante). Avrei potuto, attraverso questa disciplina, sentirmi qualcuno – nel senso del senso comune con il quale le persone amano definirsi e sentirsi “qualcuno”. Magari sarei diventata a mia volta un’insegnante – nel qual caso avrei goduto anche del potere conferito alla mia figura di “autorità in materia”, che mi avrebbe permesso di plagiare a mia immagine e somiglianza decine di giovani creature.Avrei insomma assaporato la cosìddetta r-e-a-l-i-z-z-a-z-i-o-n-e.

Invece no. A me è sempre interessato leggere. Mi piacevano i libri, anche da piccola. Trafugavo quelli di mia madre e li portavo all’asilo come status symbol, perchè non sapevo ancora leggere. Preferivo affrontare centinaia di pagine con tenacia piuttosto che ingarbugliarmi nelle questioni della vita reale. La realtà la usavo come un magnifico spunto per accennare descrizioni o racconti fantatsici. Intorno ai quattordici anni mi spinsi alla ricerca di un modo di esprimere quello che più contava per me nella vita in quel momento, le emozioni. Nacquero delle poesie che ora giacciono in fondo ad un cassetto nella mia vecchia stanza, nella casa dei miei genitori. Visto che non mi capivo e non capivo gli altri, scrivevo. Poi, con l’andare del tempo, ho cominciato ad avvertire un bisogno pressante di strutturare ciò che scrivevo e mi ci sono voluti anni per capire come gestire quest’ansia, questo bisogno, per far nascere qualcosa di veramente leggibile. Ora ho quasi trent’anni e mi sento di avere appena cominciato. Non sono sicura di esserne capace perché non ho avuto maestri – ad eccezione dei libri stessi, che sono maestri severi, esigenti, autoritari e soprattutto muti. So come scrivere tecnicamente ma non so come fare a condividere ciò che scrivo perché il mondo, il mio mondo, è vuoto di lettori. Devo aspettare un’ispirazione capricciosa come il vento, devo imparare a rispettare la voce flebile della forza di volontà, devo trovare il tempo e il luogo adatto per rovesciare ciò che la mia mente elabora su un supporto qualsiasi. E trovare altro tempo per rileggelro, copiarlo e e sistemarlo. Infine presumo che esista un lavoro di incastro e cesellatura finale che a me non è ancora stato dato di scoprire e assaporare.

Un incubo. Soprattutto se penso che non esiste un pubblico per ciò che scrivo. Teoricamente potrei tentare un’autopubblicazione (so che esistono vari metodi, non so quali siano perché ho il terrore di apprenderli). Potrei, però poi realizzo che nemmeno le persone che si sono dimostrate interessate al mio lavoro trovano il tempo e la voglia di leggere quello che passo loro con timidezza, vergognandomi infinitamente di me sessta – e non è un problema di autostima, caro lettore ipotetico e psicologo. Ho paura come una madre che dia in pasto il suo neonato ad un dottore cinico. Ho paura a dare perché so che esiste sempre qualcosa di più importante e redditizio di ciò che io scrivo. Esiste qualcuno di più veloce, di più vendibile, di più affidabile che sa scrivere almeno quanto me, se non meglio, a cui verrà data la precedenza. Esistono romanzi nei cassetti già finiti, basterebbe solo leggerli, aggiustarli e donar loro una veste per poi gettarli in pasto alle calme onde del mercato editoriale. Perché mai dovrebbe valer la pena di leggere i miei abbozzi di letteratura? Perchè mai i miei figli semi-partoriti, dovrebbero essere degni di un consiglio, di un confronto?

E così non esiste scambio. Senza condivisione, lo slancio vitale dell’uomo viene meno. Forse l’importante è realizzare e razionalizzare, con un grande spirito di accetazione, che la propria fatica è fine a se stessa.

Di solito adoro scendere in giardino a contemplare le piante. Mi soffermo a soppesare ogni cambiamento, ad osservare il lavorìo incessante degli insetti, a studiare le varie forme di vegetazione e le loro evoluzioni. Le piante crescono ogni giorno in bellezza, forza ed eleganza e persino quando muoiono sono più forti di me o di chiunque altro, perché se ne vanno senza aver apertamente urlato i misteri che racchiudono. Con o senza le cure dell’uomo, la pianta continua a crescere, a modificarsi, a nutrire, a dare alla luce. Qualche tempo fa, poco prima dell’inizio dell’esplosione primaverile, appena messo piede nel giardino ho realizzato che quel piccolo angolo a me così caro viveva e moriva indipendentemente dalla mia presenza, e avrebbe continuato a farlo. In pochi metri quadri verdeggianti, l’indifferenza cosmica mi ha schiaffeggiato con severità e compassione. La sensazione di essere un fantasma nei giorni successivi si è fatta sempre meno impressione e sempre più realtà, riempiendo i miei ventricoli come schiuma espansa, isolandoli dall’interno per proteggerli da altri eventuali schiaffi al mio egocentrismo.

Così, irrazionalmente, ho continuato a scrivere.

 

“Non voglio parlare qui di quanto avveniva dentro di me, perché neanch’io credo al valore aggiunto del dolore personale nel determinare la forza di un’opera, anche se a volte non è cosa avulsa da questa e dalla lotta per portarla a termine e sembra quasi fare tutt’uno con essa. Persino in questi tempi in cui i libri si fanno notoriamente “da sé”, come ci hanno spiegato una volta per tutte i nuovi aradi tecnologici della letteratura, senza abrasione, senza dramma, senza prezzo, transgenetici, senza più fastidiosi diaframmi soggettivi non completamente domati, orizzontalizzati, normalizzati. A me è evidentemente negata questa perfetta sanità dei morti, o degli apparenti vivi.”

Antonio Moresco, nella postfazione dell’edizione del 2011 de Gli Esordi a cura di Mondadori. Lo scritto è intitolato “Come sono nati Gli Esordi”.

 

lettere eteronime – lettera n. 5 – Viaggio a Palermo (e, in piccola parte, in Sicilia)

11 marzo 2016

Cara Evelinha,

ti scrivo alla fine del mio viaggio a Palermo e, in piccola parte, in Sicilia.

Sul terrazzo dell’aeroporto di Punta Raisi posso guardare il mare per un’ultima volta – questo mare adiacente a ogni cosa eppure nascosto.

Il sole si è mostrato solo all’inizio e alla fine di questo viaggio, è apparso per poco tempo come una dama non più giovane, acchittata per l’occasione ma paurosa di mostrare i difetti dell’età avanzata, impietosa. Ora piove, anche se è una pioggia indolente, utile a rinverdire le campagne e a rendere le strade lastricate del centro ancora più scivolose.

Se volessi un racconto ampio e dettagliato delle incredibili visioni, degli scorci nascosti, dei profumi, dei sapori e di chissà cos’altro questa terra magnifica abbia da offrire, potresti trovarlo tra gli scritti che tutti i nobili spiriti e le grandi menti del passato ci hanno lasciato. Leggi quelli e tienili per buoni, come se li avessero scritti ieri o oggi stesso. Sono descrizioni che perfettamente si adattano a questa terra isolana, dove il passato recente conta poco o nulla; se lo sono dimenticato oppure fingono di averlo fatto, come si fa con i dolori di cuore ancora freschi.

I siculi. Si dipinge sui loro occhi arabi, sui nasi acquilini, sui profili camusi, un riflesso di cortesia distante, alla portoghese. Mostrano un’aria quieta, pacata alle volte, altre volte appaiono preda di una follia improvvisa. Ciò che non torverai mai, te lo assicuro, su questi volti – da quello butterato a quello incipriato – è l’indifferenza. Non possono che essere tendenti alla molteplicità le anime racchiuse in una città con così tanti volti.

Il modo migliore per spogliare Palermo è camminarci e, percorrendola, godere degli angoli, dei vicoli, delle piazze, delle vedute che sbocciano a ogni via, forse a ogni passo – dico forse perché parlare di Palermo mi rende insicura. Si offre con quel tanto di reticenza che basta a portare all’estremo la voglia di possederla. I sensi si fanno morbosi e i piedi non smetterebbero mai di agire al servizio degli occhi, della gola; ma bisogna tener presente che, anche agendo così, anche adempiendo a questo volere epicureo, non la si vedrà mai tutta quanta.  Non ti basterebbe una vita, cara Eva, per vedere Palermo. Da quando ci ho messo piede a ora, che la sto lasciando, non sono mai stata abbandonata dalla sensazione di non averla del tutto compresa. Quando ci ritornerò – e non posso esimermi da questo sentimento del ritorno – questa sensazione di incompiutezza sarà uguale, forse più forte ancora. Palermo è una città che sentirò sempre troppo vicina per averla interamente. Se mai verrai qui, tieni conto del fatto che non sarai mai più la stessa. Io stessa non lo sono più. Sentirai qualcosa cambiare dentro di te, forse tuo malgrado, già dopo qualche ora. Io sono cambiata, persino il mio modo di pensare, e quindi di scrivere, si è allungato, è diventato prolisso, ha preso un diverso accento. Per cinque giorni ho camminato come stordita da uno strano intorpidimento, eppure la mia attenzione di è acutizzata. Non si tratta di un cambiamento di indole, come avrai capito, ma di dimensione.

So che per cercare di figurarti la mia esperienza vorresti che io ti fornissi delle immagini, qualcosa di più descrittivo e concreto di questa lunga lettera. Sei troppo figlia di quest’epoca di apparenze per non volerlo, per non avere bisogno di un supporto visivo. Ebbene, farò uno sforzo.

Ti regalerò una coppia di gabbiani che indugia sui tetti piatti di un quartiere residenziale a ridosso del centro, durante un’improvvisa schiarita (quando dico “residenziale” non devi però immaginare qualcosa a cui sei abituata da tempo. Fai conto che avrei potuto dire “fatiscente” con un’accezione romantica, oppure “roso dal sole e dal vento”; immaginati una periferia antica, scrostata, stendici sopra decine di ceste di panni, abbelliscila con piante grasse in fiore e antenne paraboliche: ecco, l’avrai). Ti regalerò dei gatti magri e guardinghi, tutt’altra cosa rispetto agli esemplari pasciuti a cui sei abituata; qui i gatti non hanno pance, ad eccezione delle femmine gravide. Hanno gli occhi stretti della diffidenza e si muovono veloci, rasente i muri, non cercano complicità ma sopravvivono alla loro maniera, che sa essere scanzonata ma è pur sempre selvatica. Ti regalerò anche dei cani – di nuovo parlo di animali diversi a quelli a cui sei avvezza – dallo sguardo profetico tipico dell’amico abbandonato ma ormai rassegnato a una solitudine che anticamente non gli apparteneva, che lo costringe a tirare avanti in un dormiveglia ormai privo di speranze (piccola nota caratteristica: qui i cani hanno una vena molossoide nella forma del cranio e degli occhi, sono tutti fratelli). Ti regalerò anche un mercato sinuoso come un serpente dai mille occhi lucenti come le lanterne che ne illuminano la mere nuda e cruda, come strappata dalle viscere molli della terra; un rettile anomalo, che non è muto ma “butta voce” senza vergogna. Potrei lasciarti anche l’immagine della devozione da gazze ladre per le chincaglierie che ricoprono i marciapiedi come quello di Piazza Marina o del mercatino delle pulci. L’anticaglia si confonde con la reliquia, si lascia coprire di polvere vanesia – ancora una volta, qui tutto è femminile. È femminile anche il mare, alla francese, il mare indifferente che intravedi in fondo alle vie ma di cui non ti curi, come lui – o lei – non si cura di te e delle meraviglie da Atlantide perduta che scopri immerse dalle sciarade di panni stesi al vento, forse una delle poche forze maschili rimaste qui. Potrei raccontarti con disapprovazione della spazzatura, disposta a cumuli e trascinata ovunque dalle correnti d’aria e dall’incuria; se non fosse che, insieme ai muri, con le loro scritte che urlano una lotta silenziosa e costante (presente, come nessun’altra cosa di vivo potrebbe esserlo, in una città che sembra nutrirsi di passato), è la somma testimonianza di un orgoglio tombale, imbastardito dalla voglia di seguire la spinta al cambiamento. 

Per finire, cara Evelinha, perchè la mano mi duole, ti regalerò un suono, che più di tutti mi è sembrato degno di una conclusione; un suono che è la summa della mia breve esperienza palermitana: il tonfo di una cartolina antica, che ritrae la cattedrale, che cade sul fondo di una casella postale vuota.

A presto,

Cristina

P.s. Non è facile scrivere quando tutto ti sembra anche il suo contrario.

Le lettere eteronime sono l’omaggio a Fernando Pessoa e probabilmente anche ad Antonio Tabucchi e a un genere letterario intero di una scrittrice mancata di nome Cristina Patregnani. Ciò che viene narrato in queste lettere è frutto della sua reale esperienza. Ogni lettera viene numerata seguendo l’ordine cronologico di stesura, come testimoniano le date. Non tutte le lettere vengono pubblicate su questo blog, ma tutte le lettere sono la trascrizione – rivista – di un’originale cartacea, scritta a mano.

Lettere eteronime – Lettera n. 3

23 febbraio 2016

Cara Eleonora,

è da molto tempo che non ci sentiamo ed è sicuramente anche per colpa della mia inettitudine. So che non posso giustificare il mio silenzio ma in questo periodo è già tanto, credimi, se appoggio i piedi per terra la mattina, quando mi alzo dal letto.

Ti allego, senza perdere un minuto di più, alcune poesie. So bene che non esiste spirito più adatto del tuo per leggere e capire certe cose. In un certo senso te le mando perché so che mi farai felice.

Ho incontrato Eva recentemente. I rapporti fra me e lei si stanno incrinando, ma credo che l’incomprensione sia una fase consustanziale di ogni amiciza che si rispetti. Ricordi quel nostro litigio furibondo? Ci abbiamo messo un anno, o forse di più, per ammettere a noi stesse che forse non ci eravamo sufficientemente parlate. Ora le cose, per fortuna, vanno in maniera un po’ più veloce. Ed è per questo se non mi preoccupo molto di Eva e del suo caratteraccio. Abbiamo parlato a lungo della malattia, sembrava non volermi dare ragione a tutti i costi. Mi ha innervosito e ho cominciato a provocarla. So bene che non si fa, perdona la mia debolezza. Me l’hai detto tu, per la prima volta, che Eva e io siamo destinate a rimanere amiche solo in superficie?

Non riesco più a scrivere, ho tre o forse quattro racconti incompiuti (dico “forse quattro” perchè uno non è nient’altro che un incipit, e a tratti mi pare geniale, riesco anche a immaginare come potrebbe svolgersi la trama; altre volte tutto quello che vorrei fare è smettere di scrivere). Non li manderò a J. questa volta. Forse a lui non li manderò mai più. Sono veramente stufa di chi promette mari e monti e dice di credere nel mio talento e poi non trova nemmeno un minuto di tempo per prendermi sul serio. Forse, dopotutto, sono anche stufa di spedire prose e poesie agli amici. Mi pare proprio di intasare la loro posta come una réclame. Almeno che mi si dicesse di smetterla, che qualuno trovi il coraggio per ridermi in faccia una volta tanto.

Ricordi l’ultima volta che ci siamo viste, com’ero entusiasta? La mia vita è così, un lungo andare di vette e valli. Ora sono nella parte dove non batte il sole, ma, se così si può dire, mi sto godendo la frescura. Il lavoro mi stanca, ho un terribile mal di schiena. Tutti mi consigliano cose da fare. Io non sono sicura di niente e resto inerte. Se almeno ci fosse un po’ di vento, potrei stare a guardare quello e lasciarmi ipnotizzare.

Se penso a come abbiamo sprecato il nostro momento, quando avevamo le forze e l’ingenuità necessarie per buttarci di sotto senza nemmeno soffrire un po’ di vertigini. A volte penso che sia io che te siamo troppo attacate alle nostre piccole certezze materiali per lasciarci andare – siamo due segni di Terra. Ma poi, mi sporgo un po’ fuori e quel che vedo non mi entusiasma.

Sto diventando noiosa; d’altronde cosa ti aspetti da una che sta tutto il giorno a rimirare i suoi possibili “ma” e “se” e che crede ancora negli incontri miracolosi?

Metto sempre i tuoi orecchini, l’azzurro mi dà forza.

Un abbraccio, sempre tua

 

Cristina

 

PS. Leggi veramente le mie poesie e dimmi che ne pensi. Ci tengo!

 

Le lettere eteronime sono un omaggio della scrittrice mancata Cristina Patregnani a Fernando Pessoa e ai suoi eteronimi.

La realizzazione di queste corrispondenze è dovuta alla lettura e alla rilettura di due volumi in particolare:

  1. Perchè sognare di sogni non miei? Lettere dal mio altrove, di Fernando Pessoa, L’Orma editore
  2. Lettere alla fidanzata, di Fernando Pessoa, Adelphi